Investigación


María del Mar Morata

 

 


 

 


IL LINGUAGGIO GIOVANILE


 

 

I. IL LINGUAGGIO VERBALE 

           Le parole non hanno tutte un significato preciso, univoco, compreso nello estesso identico modo da qualsiasi ascoltatore: ogni termine ha una sua area di incertezza o di ambiguità. Molte parole, infatti, prese isolatamente, non sono del tutto chiare e diventano pienamente comprensibili solo nel contesto (per es. lira: strumento musicale o antica moneta; salve: forma verbale o di saluto; porta: d’ingresso/uscita, oppure una forma verbale, ecc) 

            Questa variabilità nell’interpretazione non riguarda soltanto le parole, ma anche le frasi. Ad esempio:

Quel cane di Mario abbaia sempre: Mario è un cane o ha un cane?

            Tutto ciò che si conosce è influenzato, mediato, trasformato dalle sensazioni, le conoscenze e le tradizioni dell’ambiente in cui si vive. Anche le parole non hanno un significato per sé stesse; sono però un sistema per communicare i propri significati agli altri.

            Inoltre, in qualche communicazione verbale è fondamentale il “registro linguistico”, cioè, il carattere lessicale e sintattico scelto per essere guidicato il migliore in una determinata situazione.  

            I registri sono diversi a seconda dello status della persona che parla o di chi si rivolge. Così ci sono diversi modi in cui nella lingua italiana si può chiedere un ombrello:

Le sarei molto grato se avesse la cortesia di prestarmi il suo ombrello? (registro solenne, che si usa con le persone di particolare riguardo)

Sarebbe così gentile di prestarmi il suo ombrello? (registro cortese, che si usa con le persone che non si conoscono bene)

Mi darebbe il suo ombrello? (registro informale, malgrado il Lei)

Mi dai il tuo ombrello? (registro colloquiale, che si usa con un familiare o amico)

Dammi il tuo ombrello (registro volgare, che si usa con le persone di livello inferiore o molto intime)

            Questo ci dimostra che la buona conoscenza dello strumento linguistico consente di affermare la propria personalità, permette avere i mezzi per differenziarsi dalle posizioni più stereotipate; è una lingua più ricca e organizzata, ed in genere è propria del ceto medio-alto. Invece, la lingua parlata dal ceto basso è più povera e disorganizzata, più adeguata ad accompagnare i gesti[1].  

             Tuttavia esiste la possibilità di cambiare il proprio codice di communicazione e passare da un tipo più formale ad un altro più popolare. Questo succede quando membri di comunità bilingui passano da una lingua all’altra. La forma “alta” di linguaggio viene usata in contesti pubblici, ufficiali, formali, ecc, mentre quella bassa viene utilizzata negli scambi quotidiani ed in tutti contesti informali. In genere, in famiglia si parla in dialetto, a scuola o sul lavoro nella lingua ufficiale; e, logicamente, si parla un linguaggio diverso con un bambino, con un familiare, con un estraneo, con un superiore o con un dipendente.

            A volte, per non essere compresi dagli altri, si parla in gergo. Il gergo è una varietà di lingua adottata da un gruppo di persone per communicare all’interno, di un modo segreto, escludendo gli altri dalla communicazione. È la lingua di un determinato gruppo sociale, isolato e con regole di vita particolari, che si costruisce un codice di communicazione diverso dagli altri. Si tratta di una vera arma di difesa contro il controllo altrui, e può essere utilizzato dai malviventi, dai giovani[2], dei militari, dagli studenti[3], ecc.

            Vi sono alcune categorie che utilizzano un linguaggio tipicamente settoriale, imcomprensibile agli altri, pur non parlando in gergo. Vediamo alcuni esempi:

a)      linguaggio sindicale: con le gabbie salariali, per indicare una situazione di precarietà economica, ecc

b)      linguaggio giornalistico: con pastone, per articoli che riuniscono cronache e commenti; cavallo di ritorno, notizie già pubblicate, che dopo qualche tempo, per equivoci o cause di diverso tipo, vengono date come nuove, ecc

c)      linguaggio burocratese: con le formule ai sensi del articolo, per dire “come è previsto nell’articolo...”; S.V, per Lei, incomprensibili ai più, ecc[4]

È importante notare come molte di queste parole siano oggi entrate maggiormente nell’uso grazie ai mass-media, che riescono a mettere in contatto ambiti linguistici tradizionalmente molto distanti. Comunque sono già stabilite e sentite come parole di uso comune.

 

II. IL GERGO: “LINGUE TAGLIATE” DELLE MINORANZE LINGUISTICHE

 

            La storia di una lingua è anche la storia dei gerghi che, adoperati nella quotidianità, possono passare nella scrittura fino a entrare in certi generi letterari (vedi, per es., le parole del gergo della malavita come cantare, per confessare; dritta, per informazione giusta; o questi altri del gergo degli studenti come casino, per rumore forte; casinari, per le persone che sono rumorose; ecc, che oggi vengono diffusi nei romanzi, nelle canzoni, nelle cronache giornalistiche, finendo così per entrare stabilmente nel lessico dell’italiano comune)

            La parola gergo deriva probabilmente dall’antico francese “jargon”, che significava “gorgheggio degli uccelli”[5]. In antico italiano si diceva “gergone”. In inglese è molto usato il termino “slang” (oggi adottato anche in italiano). In spagnolo “jerga”, del termino “jerigonza” nato nel ‘700. In fine, in portoghese “girigonza”. In conclusione, parliamo di gerghi quando vogliamo riferirci a una varietà particolare di lingua usata da un numero ristretto di persone, spesso (ma non sempre) con fini criptici, di segretezza, ecc. È un linguaggio convenzionale, spesso alusivo ed enigmatico, che tende a caratterizzare un gruppo e ad escludere dalla comprensione coloro che ne sono estranei[6].

            I gerghi presentano alcune caratteristiche importanti, che si devono segnare:

1.      Hanno sempre come utenti un gruppo omogeneo di persone legate da un’attività lavorativa o un interesse o una condizione comune. Sono allora gerghi i lenguaggi dei ambulanti, marinai, artigiani, studenti, carcerati, ecc.

2.      Hanno come fine l’autoaffermazione del gruppo.

3.      Hanno un carattere convenzionale, nel senso che si innestano in modo parassitario nella lingua e ne trasformano il lessico secondo convenzioni ben precise. È il caso di imbranato (impacciato), oppure pizzicare (rubare), grinta (aggressività nell’affrontare una gara), soffiata (spiata), gonzo (sciocco), ecc.

4.      Sono linguaggi fortemente espressivi, fatti per communicare oralmente.

5.      Servono all’arricchimento dell’immagine fonica che la lingua standard non sempre può soddisfare, ed anche per esprimere, in un codice tante volte effimero, le trasformazioni e le contaminazioni che soffre la lingua standard nel tempo.

6.      Sono linguaggi specialmente marcati, che hanno tre principali ragioni d’esistere:

·        segnalare la propria appartenenza solidale a un gruppo

·        non farsi capire facilmente da chi non è del gruppo

·        garantire la segretezza delle communicazioni

7.      Sono per lo più ermetici, compatti ed stabili (senza dubbio è questa la caratteristica che più distingue i gerghi dagli altri linguaggi non gergali)

 

III. IL LINGUAGGIO GIOVANILE: UN PROPRIO GERGO?

 

            Abbiamo cominciato questo terzo punto con una domanda che, forse qualcuno pensi che sia retorica, nel più esatto senso della parola “retorica”. Invece noi pensiamo che sia una domanda difficile di rispondere, al meno con una risposta subita e monosillabica: “si” o “no”. Ancora noi, dopo aver letto tante delle opinioni degli autori attuali sull’argomento[7]; dopo aver fatto un paragone tra le caratteristiche dei gerghi e dei lenguaggi giovanili, pensiamo che sia più ragionevole aggiungersi al “no” che al “sí”, però -ripettiamo- non è che sia una risposta facile e unìvoca.

            Ci sono due –non più- teorie principali: coloro che pensano che il linguaggio giovanile è un gergo, allo estesso modo che quello dei carcerati, per esempio; e quelli che pensano che non è proprio un gergo; anzi, che non c’è un linguaggio giovanile, ma diversi tipi. Tutti coloro ci offrono i resultati delle loro ricerche; alcuni hanno impiegato tanti anni nelle inchieste stradale o scolastiche, hanno raccolto mille di esempi, non solo orecchiati, ma scacciati dai ramanzi, canzoni, siti internet, fanzine, fumetti, graffiti, sceneggiature cinematografiche, giornalini scolastici, e un lungo eccetera, per raccogliere tutte le nuove parole e le espressioni che si sono radicate nella lingua dei più giovani.

            III. 1. I giovani parlano tra di loro, adoperando un certo lessico e certe locuzioni che escludono dalla comprensione inmediata gli adulti. Questo linguaggio tende alla semplificazione, alla abbreviazione, alla personalizzazione; è ricco in parole strane -tante volte parole volgari e, addiritura, parolacce- e termini inventati, che li chiudono in un mondo tutto loro, ma tutto ciò non significa che siamo in presenza di un gergo. Abbiamo già detto prima che il gergo ha sempre una diffusione circoscritta (il gergo de caserma) o volutamente criptico (il gergo della malavita); mentre il linguaggio giovanile, pur esibendo la voglia di suonare differente rispetto allo standard:

1.      Desidera la relazione con la lingua comune, prima di tutto perchè i giovani, più che separarsi e isolarsi della società, intendono distinguersene ed emergervi.

2.      Presupone come acquisita la lingua nazionale dell’uso medio, propria della gran massa degli italiani.

3.      Soprattutto è instabile e transitorio, datto che il gruppo di utenti cambia continuamente e che il “gergo” usato si rinnova a un ritmo incredibile (possiamo dire generazionale).

4.      Inoltre è un linguaggio eterogeneo dal punto di vista dello spazio e dei registri di formalità; cioè, un giovane di Milano si esprimerà in modo diverso a uno di Roma, uno del Sud in modo diverso da uno del Nord, e così via. Dallo estesso modo, espressioni chiare in una reggione, non lo sono in altre, come ad esempio la parola di area romanesca piotta (in origine “centomila lire”), a meno che, qualche fenomeno, ordinariamente legato ai media, non le esporti.

5.      Può essere di fatto poco comprensibile, ma le sue finalità sono plasticamente espressive e non valutamente criptiche[8].

Ma di che pasta è fatto il linguaggio giovanile? Secondo Silverio Novelli, “di una pasta che prevede l’impiego di farine di diversa natura”. È una metafora alimentare che rende bene l’idea della fusione tra elementi eterogenei e l’esito finale di un impasto omogeneo, nel quale però, risulta spesso agevole individuare i sapori degli ingredienti primari. Insomma, le componenti fondative sono cinque: una base d’italiano colloquiale; uno strato dialettale; uno strato gergale “tradizionale”, uno strato gergale “innovante” e uno strato proveniente dalla lingua della pubblicità e della televisione[9].

Detto con altre parole: "uno slang scherzoso e creativo, fatto di sigle e metafore, di parole scorciate, storpiate e raddoppiate; di tormentoni rubati al cinema e alla tv; di neologismi rielaborati dal gergo motoristico, discotecaro e di Internet. Il linguaggio dei giovani è una meteora velocissima che, dicono gli esperti, dura al massimo una decina d'anni, poi cambia”.[10]

III. 2. Possiamo, dunque, individuare alcuni meccanismi di formazione delle parole, che valgono in generale per tutti i linguaggi giovanili:

a)               uso di metafore: una cifra, un sacco, un mondo (= molto, parecchio, assai: sta tag fa tendenza una cifra;mio moroso è sacco bello; questa ra mi è piaciuta un mondo), tirare un pacco (=ingannare, dare una fregatura), pinguino (=freddo), conigliare (=avere paura), tronco di canna (=bella ragazza), ecc.

b)               abbreviazioni o troncamenti: mega (= grande), prof (=professore/ssa), proffia (=prof.ssa), Sore (=professore. Al femminile: soressa), punta (=appuntamento), raga (=ragazzo/a. Altre usano raghe per le ragazze), para (=paranoia), matusa (=anziano), oc (=okay), vaitra (= vai tranquillo), mate (=matematiche), compa (=compagnia), maria (=marijuana), necco (=fanecco, tossicomano, lo strafatto di droga), secchio, (=contrazione dell'espressione "secchio di munnezza (spazzatura)". Usato, perlopiù, in modo scherzoso, mai offensivo - sinonimi: sacchetta (sempre di munnezza), bustina (anche qui, trattasi di munnezza), alterna (=alternativo), bona (=buonasera, buonanotte), doma (=domani: ci si doma:  ci si vediamo domani, ci si becchiamo domani), ecc.

c)               esotismi o forestierismi: soprattutto dall’inglese, o, meglio, l’angloamericano: flesciare (= colpire, andare fuori di testa, dall’ingl. to flash), gym (= gimnastica, palestra), no problem, be happy: (= stai tranquillo); cucador (= uno che “cucca”, che ha successo con le ragazze), tryp (=pasticca stupefacente), fly-down (=calmati), quizzare (=studiare i quiz di selezione per vari concorsi pubblici), turnare (=girare, dall'inglese "to turn"), tittare(=dal verbo “svedese” titta, che significa “guardare, osservare”…Italianizzato diventa: titta, inteso come “Guarda!” all’imperativ. Oppure tittare una cosa), ecc

d)               termini fumettistici, musicali, legati alla TV: fare l’Homer (=non mantenere le promesse fatte ai propri figli. Rimanda alla figura di Homer Simpson, personaggio dei cartoni animati statiunitensi, serie molto amata dai giovani), galloso (=favoloso, stupendo, dal gallo sul piumone Monclair che portava il protagonista principale della serie televisiva di moda negli anni ‘80 Drive In),  È nuova? Lavata con Perlana; o Perchè io lo valgo, Loreal o Profumo d’intesa (che rimandano alla pubblicità degli spot), vamos a la playa (=andare in piazza; della canzone di moda in Spagna negli anni ’80), ramboso (=atletico, di Rambo, personaggio di un film di Silvester Stallone degli anni ‘80), ecc

e)               tecnicismi: amorfo (= una persona insignificante), fuso (=stanco, distrutto), sclerare, svalvolare (=uscire di testa, impazzire), arterios (= genitori), turbina (=si ha una turbina quando, per ubriacatura o altre cause, si è completamente di fuori e non si capisce più niente), ecc

f)                 termini delle tecnologie informatiche e di internet: giga (=grandioso), ressetare (= cominciare daccapo), sconnesso (=distratto, disatento), chattare (= chiacchierare), ragazz@ (=ragazzo/a), nick (=nome), non me ne importa un bit (=niente), Slashato (=barrare con lo "slash" (cioè il simbolo "/") per intendere "eliminato"), ecc.

g)               sorta di caos creativo lessicale: è molto effimero e difficilmente documentabile: chiove, chiave (= vecchio, vecchia)

h)               termini del linguaggio ordinario: suffissati: acidoso (=acido), Stiloso (=unico, che ha stile; riferito sia a persone che ad oggetti (es.: troppo stiloso quel tipo), cozzaro (=cafone), pipparsela (=lamentarsi); univerbazioni: bellarobba, chessoio; affissati: megagalattico (= straordinario, splendido); cambio di affisso: malefico (= maledetto), utillimo (=utillissimo); cambiamenti semantici per estensione: bestiale (=grandissimo), libidine (=piacere), zuccherino (=pasticca d’ecstasy), tonno (=scemo, imbranato), bella! (=ciao!), potabile (=che si capisce con facilità), ecc.

i)                 termini dai cellulari e dalla posta elettronica: esiste anche un linguaggio iconico fatto dei segni grafici per esprimere

emozioni e stati d’animo. Si tratta dei cosidetti “icone emotive” formate da segni di interpunzione quali virgole, punti, parentesi, due punti, asterischi, da leggere in orizontale come se però fossero diposti in verticale. Vediamo degli esempi:

·        per esprimere un sorriso: due punti, un trattino e una parentesi; cioè: :-) 

·        per esprimere attenzione: il numero 8 seguito da un trattino e una parentesi; cioè: 8-)

·        per strizzare l’occhio: un punto e virgola seguito da trattino e parentesi; cioè: ;-)

Molto simili alle icone emotive sono i messaggi sui cellulari (sms), dove in uno spazio molto piccolo si devono inserire quante  parole di più. Questo obbliga ai “messaggeri” ad adoperare un originale tipo di scrittura: 3mendo (=tremendo), hdere (=accadere), novelordin (non vedo l’ora di incontrarti), xxx (=baci), tvb (ti voglio bene), 6 bella (sei bella), ub (=un bacio), e un lungo eccetera, che sorge ogni giorno e in ogni momento.

k)      prestiti di altri gerghi: soprattutto della droga: cannato (=bocciato, non essere promosso), stare in canna (=essere antipatico), cannare (=sbagliare, e anche bere) sballo, para e rota (=depressione, fuori di testa, ma anche splendido: è stata una serata di sballo); ecc.

l)        dialettalismi: ‘nzallanuto (= rintronato, confuso), zirbiune/a (=di origine pugliese, sta per persona stupida, sfigata e alle volte anche un pò bruttina), ecc

m)    termini inventati: Noista (=Persona che esprime nel dialogo o in una relazione verbale o scritta, abbondanti interiezioni quali no, non, mai, né, forse, doppia negazione per affermare, ed inizia sovente la frase con il "se" condizionale. Indica persona prevenuta, poco propositiva, affetta da senso di superiorità e che si sente investita della missione di correggere continuamente gli errori degli altri.Tipici gli accademici, politici); pallista (=Colui (o colei) che racconta bugie), spagogna (=Persona dal carattere un pò difficile, ostica, acidina, non molto malleabile, anche antipatica. Forse venga proprio da spago, qualcosa di duro da masticare, ruvido), tacchinare (=corteggiare), ecc

         III.3. In Italia un primo linguaggio tippico dei giovani può essere fatto risalire alla vita di caserna, quando molti giovani provenienti da tutte le Regioni dovevano arruolarsi obbligatoriamente. Parole come imbranato, pezzo grosso, ecc, vengono proprio da quell’ambiente.

                III.3.1. Negli anni ‘50, la borghesia milanese adopera un modo tipico di parlare, il parlare snob. Il linguaggio giovanile allora coincideva sostanzialmente con il gergo studentesco ed era abbastanza statico, limitato e ciscoscritto: sgobbone, spaghetto, sono termini da quel tempo. Sono studenti con motivazioni politiche (non dobbiamo dimenticare che il Maggio’68 stà per accadere), che si espprimono con graffiti, volantini ed slogan. Altre parole non del gergo studentesco: zebrona (=mala fino a un certo punto. Indica una ragazzona, perché formosa da far girare la testa, e ragazzina perché si comporta come tale: veste con stravaganza da nottambula che vaga sola per le strade, del centro o della periferia, vuol fare carriera solo con la figa, parla con un accento tutto suo, arrotando al massimo la erre).

                III.3.2. Gli anni ’70 si caratterizzano dall’uso del linguaggio a scopo politico e di contestazione, di ambito maggiormente sindicale. Alcune espressioni del tipo: prendere coscienza (rendersi conto), nella misura in cui o a livello di (dal punto di vista), cioè (ossia, o meglio), cominciano a essere abituali nel parlare quotidiano.

                III. 3.3. Negli anni ‘80, sono emersi linguaggi di gruppo, capaci di rafforzare –grazie al lessico- la riconoscibilità di punks, mettalari, yuppies, new romantic, paninari, ecc.

A questo punto, non possiamo continuare avanti senza fare un piccolo riferimento sui paninari.

Per noi è stata una vera sorpresa quando abbiamo fatto una puntata sulla bibliografia e abbiamo visto il numero infinito di articoli, libri, reviste, siti web, elenchi di parole, ecc, impegnati in questa materia. Forse sono stati degli anni in cui il lessico giovanile si è accresciuto come mai, senz’altro grazie allo sviluppo particolare dei mass media e della realtà sociale in genere.

I paninari erano i giovani di metà anni ’80, che rispondevano a una scheda fissa: ragazzi tra 14-18 anni (oppure 20), da livello socio-economico e culturale appartenente alla buona borghesia, di orientamento ideologico vagamente a destra, piuttosto razziste e maschiliste (anche le ragazze) e, sopprattutto, figli dei loro tempi, cioè, adolescenti –nel più stritto senso della parola-: scontrati sempre con qualsiasi istituzione, siano i genitori, i proffessori o tutti quanti che purtroppo non sono adolescenti. Prenderono il loro nome -paninari- dei paninoteche, i posti preferiti di fast-food, dove si attaccavano tutte le fine di settimane ed “sprecavano” le ore, senza fare altro che parlare un noioso bla-bla-bla.

Ma questi segni d’identità –importanti, senza dubbio- non è quello che ci interessa di più. È soprattutto il linguaggio che utilizzano nei loro rapporti. Si direbbe che ha tutta l’aria di essere un codice per identificarsi e distinguersi, più che un mezzo per communicarsi.

Effettivamente il lessico è quasi di sètta segreta, e non è da ammirare il fatto che, a volte, non si capisca ne una sola parola. Vediamo degli esempi:

“Un paninaro –o più amichevolmente e volgarmente caddozzono- è un tosto che pensa soprattutto a smerigliare paninazzi, o a fiocinare una pizza, insieme a belle sfitinzie che ha tacchinato o grippato davanti alla scuola.

Veste in modo troppo giusto, a spese dei sapiens o arterios, cercando sempre di essere in, di cuccare i soldi che gli permettono di ruotare o scheggiare in Honda come un ramboso per le strade di Milano, e frenare al brucio davanti al fast-food di moda, affollato di tostoni dalla faccia vitaminica. Tutto questo è per lui una vera libidine. Guarda con disprezzo e un po’ di timore i cinghios, i tamarri, i tarri e sopprattutto i cinesi[11].

(Tutto ciò, in italiano comune sarebbe qualcosa così:

Un paninaro è un ragazzo che pensa soprattutto a mangiare panini o a assagiare una pizza, insieme a una ragazza carina che ha conquistato davanti alla scuola.

Veste di tendenza, a spese dei suoi genitori, cercando sempre di essere in moda, di prendere i soldi che gli permettono andare in motorino come un tipo atletico per le strade di Milano, e frenare in secco davanti al fast-food di moda, pieno zeppo di quindicenne. Tutto questo è per lui un vero piacere. Guarda con disprezzo i provinciali e soprattutto quelli di sinistra)

                III.3.4. Dagli anni ‘90 fino ai nostri giorni, c’è una molteplicità di modelli, gusti e tendenze difficilmente riassumibile. Forse è da notare però al meno la nuova crescita del lessico di carattere sociopolitico, legato ai movimenti pacifisti e no-global, e la nascita di un movimento nuovo: i cybergruppi, che tengono il linguaggio  come il più importante elemento di coesione e di identità[12]. Sono i cosidetti gli hackers, che condividono infatti un tipo “gergo”, fortemente permeato dalla lingua inglese a da termini di informatica. Tale forma di linguaggio costituisce il mezzo primario di communicazione intergruppo e intragruppo, e rappresenta una struttura su cui si consolidano affinità e sentimenti di identità di gruppo. E anche uno strumento di identificazione immediata tra membri sconosciuti.[13]

Ogni periodizzazione resta sempre parziale, però è da riconoscere che il linguaggio giovanile si evolve a un ritmo decisamente più sostenuto rispetto al linguaggio ordinario, e parole o espressioni usate in un periodo, anche dopo una stagione, possono già risultare non più adatte, pur rimanendo ancora comprensibili. Ciò accade perchè le mutazioni della cultura giovanile si degradano velocemente e si soppiantano da altre aggiornate. È quello che alcuni hanno chiamato consumo e consumismo linguistico

 

IV. IL LINGUAGGIO GIOVANILI: UNA REALTÀ  IN CONTINUO CAMBIAMENTO

 

      È già stato appuntato più sù che il lessico giovanile ha una durata circa una decina d’anni, e che, anzi, una parola può essere usata in una regione ma non in altra[14].

      Le parole si usurano, si rovinano, muoiono e nascono altre nuove. Alcune ancora sono riuscite a pervivere e si sono già sentite come italiano comune proprio.

      Dunque è cosa logica che una stessa espressione –d’altra parte di uso generalizzato- venga manifestata di un modo diverso in ogni regione. Questo è un cenno di creatività linguistica, di arrichimento della lingua.

      Abbiamo trovato un esempio da notare nel numero 1-2 della rivista giovanile Studenti & C, dell’anno 1996, sulla pag. 13. C’è un elenco quasi regionale della conosciuta espressione italiana marinare la scuola.

Vediamo un po’:

 a Torino: Tajé da scola

a Roma e a Venezia: Fare sega

a Milano: Bigiare la scuola

a Bologna: Fare fughino

a Reggio Emilia: Fare focaccia

a Firenze: Bu’are (Bucare)

a Napoli e a Bari: Fare filone

a Palermo: ‘Na iccamo

a Cagliari: Fare vela

a Bolzano: Fare blau

a Venezia: Bruciare

      Ancor oggi, alcune di queste espressioni sono già disusate e vengono cambiate per altre. Per esempio a Roma e a Milano si è addoperato il verbo scavallare, tagliare, impiccare, ecc

      Ora sarebbe interessante presentare qui un elenco dei campi semantici più frequentati dai giovani, con le loro espressione proprie, affinchè possiamo vedere come il lessico nasce e sparisce, a volte in meno di una decina d’anni. Dopo aver fatto una ricerca in alcuni vocabolarietti giovanili, gli espressioni che si rippettono di più sono quelle del mondo della droga, del rapporto ragazzo/a, degli stati d’animi e dell’ambito sessuale. Questi ultimi sono, nella quasi totalità, dialettalismi; perciò non ne tratteremo.

 

 

ANNI ‘80

ANNI ‘90

OGGI

DROGA

coca, cocaina

bamba,

barella, talco

 

boommare: accendere lo spinello

appizziare, appicinare

spinello: cannello

barnello, bomba

cecio, chignolo, fiamma, paglia

 

 

botta: sniffata

pasticca: estupefacente

ciccha

zuccherino, trip, pasta

cannato: tossicomano

toffa, punkabbestia

necco

hascisch

MoFu

porra, porro, fumello

siringa

spada

 

drogato, fattone

marcione, ciorma, sballata

toffoso, toffa, toffanello

STATI D’ANIMO

noioso

scocciante

rabboso, smemo, larva, smago, menarsela

 

incrastito, imbruttato: arrabiato

rugato

 

sclerato: fuori di testa

sbiellato, fulminato,rinco(glionito)

fly-down: tranquillo

camomillato

sciallo, sciolto, polleggiato,tranqui

tamarro, tarro, truzzo: zotico

cacirro, gaggio, 

zamarro

ubriaco

sbronzzato, sbrattato

stonfo, piegato, bagattato, botta, sardone

 

fighetto, pettinato

 

gallo

 

bullo

 

gasato

andato in gatta

RAPPORTI

 

Accanarsi: lasciarsi, finiree con ragazz@

 

tacchinare: corteggiare

barcagliare, battere i pezzi

limare, pasturare, intortare

 

patana, gnocca

manza, penna, verza, figa (bella ragazza)

ragazza: fidanzata

morosa

punza, tipo/a

tacchinato, grippato

cotto, scuffiato,

infighito

ALTRI

scavallare: rubare

Asciugare

babbare, banfare, bossare,ciullare

cannare: sbagliare

scazzare

svinare

 

V. SIGNIFICATI E VALORI DEL LINGUAGGIO GIOVANILE

 

      Il linguaggio giovanile condivide con l’italiano colloquiale il potenziamento dell’espresività a sventaggio della denominazione riferenziale di cose, situazioni, comportamenti e azioni.

Ai giovani interessa la valutazione soggettiva della realtà. Perciò tendono alla semplificazione, alla abbreviazione e alla personalizzazione del linguaggio parlato, forse per avere una certa individualità, per staccarsi del mondo “dei grandi”, per dimostrare di essere qualcuno senza doversi legare alle caratteristiche di quelle persone. In realtà rivela un valore più profondo: l’urgenza di una communicazione forte e vibrante; e la lingua ordinaria è troppo formale per esprimersi così.

Il linguaggio giovanile rompe la catena grammaticale e sintattica: infrange le regole codificate. Se pensiamo, per esempio, alla parola cazzo, ci renderemo conto che non è solo un termino che esprime i più svariati stati d’animo (ira, rabbia, irritazione, nerviosismo, sorpresa, ammirazione, entusiasmo, eccetera), ma anche è un connettivo polisemantico (cazzo, si è fatto tardi; è stata una serata da sballo, cazzo).

In questo caso, il linguaggio giovanile opera un’intensificazione espressiva restringendo il termino “volgare” e moltiplicandone la frequenza d’uso rispetto all’italiano colloquiale. E a forza di repetterlo in mille circostanze diverse, il temine perde la carica trasgressiva originaria. In questo modo, però, finisce con l’essere più facilmente accettato come tratto substandard nella lingua colloquiale.

            Abbiamo già detto in altre occasioni che il codice linguistico costruisce uno spazio sociale. Il linguaggio giovanile, certo, può indicare un rapporto conflittuale con l’esterno, generato dalla instabilità sociale ed emotiva, e, perciò, finisce per acquisire connotazioni fortemente negative. È un linguaggio viscerale, quando non proprio aggressivo. Ci sono molti termini che, in un modo o nell’altro, contengono allusioni sessuali. Alcuni addirittura identificano “linguaggio giovanile” con “linguaggio sboccato”.

E questo non è così affatto.

Certo che ci sono espressioni che di per sé sono “parolacce”, ma che, con l’uso, hanno perso il loro valore, si sono desemantizzate e sono diventate puri interiezioni. Ciò non significa che siano da uso comune, ma che richiedono una considerazione differente rispetto a una parola di reale significato offensivo oppure osceno.

Anche la dimensione ludica del linguaggio giovanile è una caratteristica molto importante. La fantasia e l’originalità lingüística sono elementi premiati dalla vita in gruppo.

In conclusione, il linguaggio dei giovani è più decisamente emotivo di quello standard. Questa emotività espressiva sembra andare a detrimento del linguaggio che esprime una conoscenza logico-razionale, lineare. Sembra che sia impossibile parlare senza ricorrere alla potenza rappresentativa di parole-immagini e suggestioni allusive

Occorre, però, riconoscere il bisogno positivo dei giovani di esprimersi con esuberanza, con energie, dimostrando che il linguaggio non è un semplice strumento di communicazione, un “arnese” che permette di esprimerci: è una realtà che ci precede, nella quale l’uomo sviluppa la propria personalità, i propri sentimenti e i propri pensieri

Il linguaggio diventa un modo di vita e di maturazione, capace di trasmettere gusti, visioni del mondo, sentimenti, ecc. Non si può vivere in questo habitat in maniera meramente passiva. La singolare creatività linguistica dei giovani ha una conseguenza significativa nel modo di vivere e conoscere in maniera più ricca e originale l’esperienza umana.

 

GLI STUDI SULLA LINGUA DEI GIOVANI ITALIANI

BIBLIOGRAFIA GENERALE[15]

1. Volumi

 

2. Articoli

3. Articoli giornalistici

 

 

BIBLIOGRAFIA MINIMA DEGLI ANNI NOVANTA

 

E. Banfi e A.A. Sobrero, Il linguaggio giovanile negli anni novanta, Laterza, Bari 1992.(All'interno un'ottima bibliografia da controllare)

G. R. Manzoni, Peso Vero Sclero. Dizionario del linguaggio giovanile di fine millennio, ed. Il Saggiatore.
AA.VV., Bande: un modo di dire.
Rockabillies, mods, punks, Unicopli, Milano 1986.
S. Vassalli, Il neoitaliano, Zanichelli
S. C. Sgroi, Bada come parli, ed. SEI
O. Lurati, 3.000 parole nuove. La neologia anni 1980-1990, Zanichelli, Bologna 1990.
L. Mottica, All'infinito mondo paninaro, Mondadori, Milano 1988.
M. Depaoli, Il linguaggio del rock, Longo, Ravenna 1988.
A. Sobrero, Introduzione all'italiano contemporaneo, Laterza, Bari.
G.R. Manzoni - E. Dalmonte, Pesta duro e vai tranquillo. Dizionario del linguaggio giovanile, Feltrinelli, Milano 1980.
C. Lanza, Il Mercabul. Il controlinguaggio dei giovani, Mondadori, Milano 1977.
F. La Porta, Non c'è problema, ed. Feltrinelli
Accademia degli Scrausi, Lingua rock, ed. Rizzoli

Saggio di un vocabolario del gergo studentesco alessandrino compilato dagli alunni della II liceale "A" del Liceo-Ginnasio "G. Plana" di Alessandria, Il Piccolo, Alessanria 1972.

Testi sulla condizione giovanile:

H. Velena, Dal cybersex al transgender, ed. Castelvecchi
P. Bollini - M. Indiveri, La condizione giovanile, Clio, Bologna 1996.
A. Cavalli, L'adolescente oggi, Officina Tipografica, Napoli 1990.
AA.VV., Storia dei giovani. Prima, durante e dopo il Sessantotto, Supplemento a "Panorama", n. 1136.
R. Rauty, Studi e ricerche sulla questione giovanile 1970-1987, Editori Riuniti, Roma 1989.
G. Lutte, La psicologia dei giovani e degli adolescenti, Il Mulino, Bologna 1987.
A. Cavalli (a cura di), Il tempo dei giovani, Il Mulino, Bologna 1985.
AA.VV., Giovani oggi. Indagine Iard sulla condizione giovanile in Italia, Il Mulino, Bologna 1984

Riviste che trattano il problema dei gerghi e del linguaggio in generale:

Lingua nostra
Italiano & oltre
Rivista italiana di dialettologia

Riviste "Under 18" o che trattano di narrativa giovanile:

Pulp, Cioè, Magazine, Rumore, Mucchio selvaggio...

Lessico e Dizionari:

·        Carla Marello, Le parole dell'italiano. Lessico e dizionari, ed. Zanichelli

·        Annali del lessico contemporaneo (Alci), a cura di M. A. Cortelazzo, ed. Esedra

·        DISC (Dizionario Italiano Sabatini-Coletti), ed. Giunti Multimedia (con Cd-rom)

·        DAIC (Dizionario avanzato dell'italiano corrente), a cura di T. De Mauro, ed. Paravia

·        Il primo Zanichelli, a cura di M. Cannella, ed. Zanichelli

·        Dizionario di italiano illustrato, a cura di G. Pittano, ed. De Agostini

·        Dizionario di italiano illustrato, a cura di M. Trifone e M. Dardano, ed. Tramontana

·        Vocabolario elementare d'italiano, a cura di M. Cannella, ed. Zanichelli

·        Dizionario Treccani in 4 voll.

·        Il dizionario della lingua italiana, a cura di G. Devoto e G. Oli, ed. Le Monnier

·        AA.VV. Lessico elementare, ed. Zanichelli

·        Dizionario sessuato della lingua italiana, distrribuito dalla rivista "Avvenimenti"

·        AA.VV., Breve dizionario per il secolo XXI. Le parole della mutazione, Castelvecchi

·        L. De Cesari, Dizionario degli errori e dei dubbi grammaticali, ed. Newton

·        P. Sorge, Dizionario delle parole difficili, ed. Newton

·        AA.VV., Capire l'antifona, ed. Zanichelli

·        G. Mini, Dizionario delle parole straniere in uso nella lingua italiana, ed. Zanichelli

·        A. Tosi, Dalla madrelingua all'italiano, ed. La Nuova Italia.

·        C. Grassi - A. A. Sobrero - T. Telmon, Fondamenti di dialettologia italiana, ed. Laterza

·        C. Marrone, Le lingue utopiche, ed. Melusina

·        D. Paccino, Manuale di autodifesa linguistica, ed. Arterigere

·        V. Della Valle - G. Patota, Il salvalingua, ed. Sperling & Kupfer

·        AA.VV., La Crusca risponde, ed. Le Lettere

·        G. Patota, Detto scritto, ed. Archimede

Di carattere generale

 

D. Morris, I gesti nel mondo. Guida al linguaggio universale, ed. Mondadori
T. De Mauro, Guida all'uso delle parole, Editori Riuniti
C. Marazzini, La lingua italiana. Profilo storico, ed. Il Mulino
 

 


[1] È questa una delle caratteristiche essenziali del linguaggio giovanile, che studieremo più tardi.

[2] Non tutti gli studiosi del tema sono d’accordo ad affermare che il linguaggio dei giovani è un proprio gergo. Alcuni dimostrano che è una realtà più complessa: va al di là di un neto sistema verbale; è un riflesso della complessità della loro vita. Invece considerano come proprio gergo il linguaggio degli studenti. Ci torneremo più tardi.

[3] vid. supra

[4] cfr. CORTELAZZO, MICHELE, Manuale di stile. Strumenti per semplificare il linguaggio delle amministrazione pubbliche, Bologna, Il Mulino, 1997

[5] vid Lo Zingarelli. Vocabolario della lingua italiana di Nicola Zingarelli: gergo [etim. discussa: fr. jargon, orig. “cinguettio degli uccelli”, quindi, “linguaggio incomprensibile” (?) 1481], Milano, 2001, pag. 779.

[6] cfr. SPADARO, ANTONIO, “Scrostati, gaggio. Il linguaggio giovanile” in La civiltà catolica, quaderno 3713, Milano, Aprile 2005, 471-482. (L’articolo è un commento molto interessante all’Introduzione di Scrostati, gaggio! Dizionario storico dei linguaggi giovanili, Torino, UTET, 2004, a cura di AMBROGIO, R – CASALEGNO, G)

[7] Una molto buona bibliografia e varie risorse abbiamo potuto consultare all’interno del sito web LinguaGiovani, del Centro di documentazione sulla lingua dei giovani, a cura del Dipartimento di Romanistica della Facoltà di Lettere dell’Università di Padova (www.maldura.unipd.it/giov/index.shtml)

[8] SPADARO, A, op. cit, 476

[9] SOBRERO, ALBERTO A, “Costanza e innovazione nelle varietà linguistiche giovanili” in La lingua dei giovani” (a cura di Edgar Radtke) Narr, Tübingen, 1993, 95-108. 

[10] SIMONETTI, MARIA, “Slang itterativo”, giornale L’espresso, 24-08-2005.

[11] vid. Paninaro: i nuovi galli (n.3, marzo, 1986, pag. 3) e, Cucador: il giornale dei veri paninari (marzo, 1986. Sono due riviste giovanili)

[12] Pensiamo che sia da notare questa nuova subcultura. Anche se il linguaggio degli hackers, nella quasi totalità lessicale, è stato presso dall’inglese, non tanto dell’italiano, comunque, è una realtà che si sta imponendo e che lascerà le sue tracce nella lingua standard, nell’italiano comune.       

[13] STRANO, MARCO, La nuova frontiera del disagio giovanile: l’ilegalità sulla rete internet, 2002 (dal sito www.poliziadistato.it)

[14] Ricordiamo che così è successo alla fine degli anni ottanta coi termini della generazione paninara che oggi quasi più nessuno ricorda. Il fenomeno nacque a Milano agli inizi degli anni ottanta, e fu reso famoso dal programma televisivo “Drive In”, con i termini come “galloso”, per favoloso, stupendo, “cacirro”, per definire una persona fuori moda.

[15] Ci presentiamo tutta la bibliografia trovata sulla materia. Per questo lavoro soltanto abbiamo letto e studiato tutti quelli articoli e libri che vengono resegnati alle note di pagina. 


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